“Francesca e le altre” (2026) è un’opera cinematografica di Elena Schnell che si distingue per la sua capacità di trasformare la letteratura classica in un grido di denuncia contemporaneo.
E’ stato rappresentato ad Acqui Terme alla Sala Ex-Kaimano, sabato 10 gennaio 2026 alle 17.30

Il film non si limita a illustrare la Divina Commedia, ma compie un’operazione di archeologia emotiva. La regista dà voce a tre figure femminili iconiche — Francesca da Rimini, Pia de’ Tolomei e Ifigenia — strappandole alla loro condizione di “vittime silenziose” nei versi danteschi per proiettarle nella realtà cruda dell’Argentina odierna.
la regista, Elena Schnell, adotta un linguaggio, che fluttua tra il documentario antropologico e la video-poesia. La scelta di ambientare il racconto nella provincia di Mendoza carica le scene di un’estetica scabra e autentica, dove il paesaggio diventa specchio dell’isolamento delle protagoniste.
Il film evita il sensazionalismo. La violenza patriarcale viene esplorata attraverso le sue conseguenze psicologiche e sociali, rendendo tangibile come, a distanza di secoli, le dinamiche di subalternità femminile siano rimaste tragicamente simili.
Il legame tra la migrante italiana (la regista) e le radici della cultura europea crea un ponte che rende la tematica della violenza di genere transnazionale, ovvero universale.
A differenza della Francesca dantesca, che appare quasi rassegnata al suo “amore che a nullo amato amar perdona”, le protagoniste della Schnell si riappropriano della propria volontà, trasformando il dolore in un atto di resistenza visiva.
È un film necessario, non solo come omaggio a Dante, ma come strumento di riflessione sociale. È un’opera intensa che richiede un occhio attento, ideale per rassegne culturali e dibattiti sulla libertà femminile.
Esaminiamo, di seguito le tre figure femminili protagoniste del film:
In “Francesca e le altre” Elena Schnell compie un’operazione di decostruzione del mito di Francesca da Rimini. Se nel Canto V dell’Inferno dantesco la protagonista è avvolta in un’aura di romanticismo tragico, nel film la sua figura viene spogliata dell’idealizzazione per rivelare la cruda realtà della violenza di genere.
Ecco i punti chiave del confronto tra la Francesca dantesca e quella della Schnell:
- Dall’Amore Romantico alla Manipolazione
Dante: Francesca descrive l’amore come una forza ineluttabile (“Amor, ch’a nullo amato amar perdona”), quasi giustificando il tradimento e la tragedia come un destino poetico.
Schnell: Il film reinterpreta quel “trasporto amoroso” come una forma di manipolazione. La passione non è un idillio letterario, ma una trappola che porta all’isolamento e, infine, alla morte. La regista mette in discussione l’idea che l’amore possa essere una scusa per la violenza o il possesso. - Il Ruolo del Libro (Galeotto)
Dante: Il libro di Lancillotto e Ginevra è il mediatore (“Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse”), il motore culturale che accende la passione.
Per la regista il condizionamento culturale non viene dai libri cavallereschi, ma dai modelli sociali patriarcali della provincia argentina contemporanea. Il “Galeotto” moderno è la pressione sociale che impone alle donne determinati ruoli e silenzi. - La Condanna vs La Denuncia
Dante: Francesca è condannata all’Inferno; sebbene il poeta provi per lei una profonda pietà (fino a svenire), lei resta una peccatrice legata eternamente al suo amante.
La Francesca della Schnell non abita un inferno metafisico, ma un inferno terreno. La sua “condanna” non è morale, ma sociale. Il film trasforma il suo lamento in una denuncia, dando alla protagonista la possibilità di parlare non come un’anima errante, ma come una donna che reclama la propria verità contro chi l’ha uccisa. - Il Legame con Paolo
Dante: Paolo è un’ombra silenziosa e piangente, inseparabile da Francesca.
La Schnell sposta l’attenzione quasi esclusivamente su Francesca. Paolo perde la sua centralità romantica per diventare parte di quel contesto maschile che, per azione o omissione, conduce alla tragedia. L’accento non è più sul “noi” della coppia, ma sull’io della donna vittima.
In sintesi, mentre Dante immortala Francesca nella sua fragilità, Elena Schnell la trasforma in un simbolo di resistenza visiva, chiedendo allo spettatore di non commuoversi per la sua morte, ma di indignarsi per le cause che l’hanno determinata.

Nel film la reinterpretazione di Pia de’ Tolomei, operata da Elena Schnell, è forse il momento più intimo e psicologico del film, poiché trasforma la figura dantesca da “ombra gentile” a testimone consapevole della propria fine.
Ecco i punti chiave di questa reinterpretazione:
Se nel Purgatorio Pia è celebre per la sua estrema sintesi e discrezione (“Siena mi fe’, disfecemi Maremma”), nel film di Schnell la protagonista rompe questo silenzio. La sua “disfatta” non è più un mistero accennato, ma viene raccontata come un processo di annullamento dell’identità all’interno di un legame tossico. Si passa dal silenzio dantesco alla parola.
La Maremma dantesca, luogo di esilio e morte, viene trasposta nei paesaggi desolati della provincia argentina di Mendoza. Qui, il castello diventa metafora della casa come luogo di pericolo, sovvertendo l’idea di focolare domestico per evidenziare l’isolamento geografico e sociale che spesso precede il femminicidio.
Mentre la Pia tradizionale è spesso vista come una figura, che perdona il marito nonostante la crudeltà, la Pia della regista Schnell assume una postura di resistenza etica. Il suo non è un perdono passivo, ma una denuncia lucida che trasforma la propria memoria in un atto politico per “le altre” donne che ancora vivono in quella “Maremma” simbolica.
Il film recupera il tono materno e premuroso che Pia rivolge a Dante (“quando tu sarai tornato al mondo… riposato de la lunga via”), interpretandolo come una forma di solidarietà femminile e di cura che sopravvive anche nella tragedia.
Questa versione di Pia de’ Tolomei funge da ponte tra il dolore privato e la dimensione collettiva, rendendo il suo personaggio un simbolo di lucidità postuma sulla violenza subita.

Nel Canto III del Paradiso Dante cita Ifigenia come esempio di voto mal formulato (sacrificata dal padre Agamennone per fini bellici), il film della Schnell ne ribalta completamente la prospettiva:
il sacrificio come scelta imposta.
Se nel mito classico Ifigenia è la vittima sacrificale per eccellenza, sacrificata in nome di una “ragion di stato” maschile, la regista la trasforma nel simbolo di tutte le donne a cui viene chiesto di annullare se stesse per il bene superiore della famiglia o della società.
Il film trasporta il mito negli scenari argentini della provincia di Mendoza, dove il “sacrificio” di Ifigenia diventa la rinuncia forzata ai propri sogni e alla propria libertà in un contesto rurale e conservatore.
Dante usa Ifigenia per ammonire sulla leggerezza dei voti; la Schnell sposta l’attenzione dall’errore della vittima alla colpa del carnefice (e del sistema che lo sostiene). Nel film, Ifigenia non è più un esempio morale astratto, ma una donna reale che subisce le conseguenze di decisioni altrui.
La scelta di collegare Ifigenia al Paradiso serve alla Schnell per dare alla protagonista una dignità superiore. La sua “ascesa” non è un premio per il sacrificio, ma una liberazione finale dalle catene del dovere patriarcale.
Attraverso la poesia visiva, Ifigenia viene rappresentata con una luce diversa rispetto a Francesca (passione/inferno) e Pia (malinconia/purgatorio). Rappresenta la trascendenza: la capacità di guardare oltre la violenza subita per ritrovare una propria essenza incontaminata.

Il film di Elena Schnell utilizza Ifigenia per chiudere il cerchio: dalla condanna del desiderio (Francesca) alla presa di coscienza (Pia), fino alla denuncia del sistema sacrificale stesso (Ifigenia).
Questo film utilizza la figura di Francesca come punto di partenza per denunciare un’emergenza che accomuna Italia e Argentina. Durante le presentazioni del 2026, la regista ha spesso messo a confronto i dati dei due paesi per evidenziare come, nonostante le differenze geografiche, la matrice della violenza sia identica.
In Argentina, il termine “femicidio” è entrato prepotentemente nel dibattito pubblico grazie al movimento “Ni Una Menos”. Le statistiche argentine aggiornate al 2025/2026 mostrano una frequenza drammatica, con una vittima circa ogni 24-30 ore.
Il film sottolinea come in Argentina molti casi avvengano in contesti di estremo isolamento rurale (come la provincia di Mendoza dove è girato il film), dove l’accesso ai centri antiviolenza è limitato e il controllo maschile sul territorio è più capillare.
In Italia, le presentazioni del film (come questa recente di gennaio 2026 ad Acqui Terme) hanno citato i dati dell’anno appena concluso:
L’Italia ha chiuso il 2025 con oltre 80-100 casi (secondo monitoraggi indipendenti come l’Osservatorio di Non Una Di Meno), confermando una media di una vittima ogni tre giorni.
La trappola affettiva: Il 90% degli omicidi avviene in ambito familiare o affettivo, con il partner o l’ex partner come principale responsabile. Questo dato dialoga direttamente con la figura di Francesca: la violenza non arriva da un estraneo, ma da colui che dice di amarti.
Punti di contatto nel film
In entrambi i paesi, la Schnell evidenzia come le vittime avessero spesso già denunciato (come accade a quasi la metà dei casi monitorati), ma non siano state protette.
Il film sostiene che il problema non sia “psicologico” o individuale (il “raptus”), ma una questione di dominio e controllo radicata in una cultura che ancora oggi fatica a riconoscere l’autonomia femminile.
Mentre Francesca è famosa perché “cantata” da Dante, il film ricorda che migliaia di donne restano anonime statistiche, morte nel silenzio di “Maremme” moderne.
Il film è diventato un manifesto per guardare alla violenza come a un’emergenza strutturale e non episodica.
G.V. & N.C.

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